Peripherical Maps

Aprile 2020, l’Italia è in lockdown a causa dell’epidemia virale del Covid-19; non è consentito lasciare le proprie abitazioni se non per strettissime necessità.

Nella reclusione casalinga, Google Maps si rivela un medium per continuare a guardare il mondo, a metà tra la macchina fotografica e lo spioncino di casa, con l’alchimia dell’altrove vedere senza essere visti.

Si posa così lo sguardo su romiti angoli urbani, spazi pubblici quasi privati, situazioni di vita amene già catturate chissà quando dall’occhio bionico della Google Car.

Intraprendo un tour virtuale nella mia città meridionale.

Si crede di conoscere il posto in cui si vive, finché non ci si perde nelle grandi periferie sub-urbane, dove l’abitato è in continua ebollizione e tende come un magma a divorare costantemente nuove zone di limitrofità.

È in questo habitat che proliferano l’ordine delle villette a schiera e il disordine dell’estrosa quanto dubbia estetica, l’incompiuto e il distrutto, le ampie strade desolate ed i silenzi visivi.

Si naviga in panorami urbani inediti, che su permesso di Google, ho impresso e raccolto in istantanee.

Con un algoritmo che cattura immagini automaticamente ad un ritmo di tempo e distanza prestabiliti avviene l’incontro con l’autore, che sfruttati i margini decisionali lasciati dalla tridimensionalità digitale, muovendo il mouse opera una scelta d’inquadratura, salvata con un click.

Il progetto coglie anche l’ambiguità della privacy: se è nota la repulsione che i soggetti provano quando si vedono fotografati, assuefatta è la consapevolezza che ogni angolo dei nostri spazi è mappato e consultabile da quasiasi connessione remota del globo.

(2020)